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Il commercio è in crisi da anni in Italia e, Viterbo e provincia, seguono questo trend. In particolare nel centro storico in cui, proprio in questi ultimi giorni, hanno annunciato la chiusura altre attività che hanno reso vivo il cuore di Viterbo per anni. I dati ufficiali di Movimprese dicono che, nel 2024, nella Tuscia c’è stato un calo di 97 imprese del commercio (da 7.435 a 7.338 con una flessione dello 0,69%) rispetto al 2023 e, se si restringe l’analisi all’ultimo trimestre del 2024, il calo aumenta al -2,13%. Se l’analisi viene fatta su base pluriennale si capisce la crisi nera del commercio a Viterbo e nella Tuscia. Si è passati da 8.307 imprese del 2010 alle 7.338 del 2024 con un calo dell’11,6% di unità.
A Viterbo centro storico le chiusure sono state ancora più marcate nello stesso periodo considerato e si sono acuite in questi ultimi anni con chiusure eccellenti: ultima chiusura in ordine di tempo l’ottica Sorrini che ha una storia di 155 anni. Tra le cause principali c’è stato prima lo spopolamento del centro storico in favore del quadrante nord-ovest in cui sono sorte la gran parte delle nuove aziende del commercio, quindi lo sviluppo parallelo della grande distribuzione, il problema microcriminalità dentro le mura, il caro-affitti dei locali commerciali e, non per ultima, l’assenza di eventi tutto l’anno per attirare turisti e fatturato. Il Comune di Viterbo ha tentato contromosse come il coinvolgimento delle associazioni di categoria e, alcuni risultati. Si sono avuti, tra questi, il cosiddetto Patto della notte che ha stabilito regole comuni sul commercio e la movida notturna. «Più che parlare di nuovo e dare giudizi sulle politiche del centro storico – dice Gianfranco Piazzolla, presidente di Confimprese Viterbo – si deve considerare della paurosa crisi finanziaria e bancaria che ha colpito le imprese e i costi insostenibili di tipo fiscale, previdenziale e burocratico». Piazzolla, quindi, fa un’analisi dettagliata per trovare i motivi dell’inarrestabile calo di imprese del commercio nel centro di Viterbo. «Il problema principale – continua il presidente Confimprese Viterbo – è che i commercianti non hanno più l’utile, il profitto. Insieme a ciò, ovviamente, c’è la crisi di frequentazione e vita nel centro storico che colpisce, come nel caso di Viterbo, i Comuni che non hanno grande propensione a investire sul territorio. Il 70% del problema, però, deriva dai costi alti di gestione e dall’azzeramento dei profitti». Una delle possibili soluzioni della crisi del commercio per Piazzolla è «la specializzazione in settori come il food che, bene o male, riesce ad andare avanti ma bar o negozi d’abbigliamento sono al palo. L’aumento dei costi per i consumatori sono un altro fattore di crisi». Tra le conseguenze di questa situazione ci sono fatti «come la volontà di tanti commercianti di non rischiare più l’investimento in Comuni in cui non ci sono flussi turistici adeguati. A Viterbo si è aperto, invece, negli ultimi 5 anni, in posti in cui si sono edificate aree commerciali in modo spropositato ma, lì, i consumatori possono trovare prezzi più bassi». Non da meno la precarietà del lavoro gioca la sua parte. «Chi ha avuto cali del proprio potere d’acquisto o, peggio, ha perso il lavoro – termina Piazzolla – va dove di spende di meno. Con i ricarichi attuali, inoltre, i negozianti dovrebbero fare moli di lavoro molto forti per avere un utile. Il Comune di Viterbo sta cercando di fare la sua parte con alcune manifestazioni e sono sorte attività di rete per cercare soluzioni ma è sempre più difficile».