CIVITAVECCHIA – È risuonato forte, nel corso del consiglio comunale aperto sul phase out dal carbone della centrale Enel di Torrevaldaliga Nord del 14 febbraio scorso, il grido d’allarme lanciato da Mario Panunzi, rappresentante della storica azienda Albani e Ruggieri, leader nella produzione in serra di talee e giovani piante, che rischia di dover licenziare 150 lavoratori.

«Abbiamo bisogno di qualcuno che ci permetta di sfruttare l'energia che già abbiamo a disposizione», ha dichiarato Panunzi nel suo intervento. Il riferimento è ai pozzi geotermici di proprietà dell'azienda, un patrimonio energetico che, con adeguati interventi di ammodernamento e ristrutturazione, potrebbe garantire non solo la continuità produttiva delle serre esistenti ma anche l'espansione dell'attività e l'attrazione di nuove imprese sul territorio.

In questo senso si è fatto riferimento anche ad una joint venture tra Arsial, società della Regione Lazio, e la stessa Albani e Ruggieri, nella percentuale del 60% la prima e del 40% l’altra. «Abbiamo pozzi geotermici che potrebbero fornire energia pulita non solo per noi, ma anche per altre realtà produttive che volessero investire a Civitavecchia», ha spiegato Panunzi, sottolineando come le aziende oggi scelgano la loro localizzazione in base al costo dell'energia. «Se non ci sono soluzioni sostenibili, le imprese vanno altrove». Attualmente, una parte delle serre dell'azienda è già alimentata grazie alla geotermia, mentre dieci ettari dipendono dall'energia fornita da Enel attraverso il teleriscaldamento. Proprio questi dieci ettari rappresentano la principale criticità: con la chiusura della centrale, tale fonte di energia non sarà più disponibile, mettendo a rischio la continuità produttiva e la stabilità occupazionale. 

«Da due anni la proposta di rilancio della geotermia giace in attesa di una risposta – ha aggiunto – abbiamo chiesto un confronto con Enel inviando una lettera circa tre mesi fa, ma tutto è fermo. Intanto, senza energia a costi sostenibili, saremo costretti a chiudere dieci ettari di serre e a mandare a casa 150 lavoratori». Una prospettiva che, ha ammesso Panunzi, lo tormenta: «Non dormo la notte al pensiero che tutto questo si potrebbe evitare». L'appello dell'azienda è chiaro: serve una convocazione urgente da parte del Comune e delle istituzioni competenti per sbloccare la situazione. «Parliamo di un progetto realizzabile subito, in grado di poter generare nuova occupazione, potremmo arrivare a scavare fino a 3000 metri, sfruttando questa potenzialità». 

Il rischio è quello che un'altra realtà produttiva storica sia costretta a ridimensionarsi, con un pesante impatto sociale ed economico sulla città.